Calendario
Area Utente

Maurizio Nappa

In Benin per il festival Vudù

News.

Maurizio Nappa

In Benin per il festival Vudù

News.

Il 10 gennaio, in Benin è la giornata del voodoo; tutti i seguaci di questa religione celebrano una grande festa, ricca di musica, canti e balli in maschera, oltre naturalmente a buon cibo, che dura due giorni interi. Si onora la religione tradizionale e i suoi culti; le principali celebrazioni si tengono a Ouidah, dove si radunano migliaia di adepti, capi tradizionali e “feticheur”, oltre naturalmente a tanti turisti.

Io non sapevo niente di questo evento, e ignoravo quasi tutto della religione voodoo, fino all’autunno del 2012 quando, depresso dall’inverno precoce di Horgen, contattai il mio amico Michele, che avevo conosciuto durante il viaggio in Camerun, per chiedergli se aveva in programma altri viaggi in Africa per il 2013. Michele mi informò che, con la sua famiglia e Renato, altro viaggiatore “camerunense”, stava organizzando una settimana in Benin a gennaio, per partecipare al festival voodoo il 10 gennaio. Il viaggio si sarebbe svolto nel Benin meridionale, con una puntata di un giorno nella vicina Lomé, capitale del Togo. Michele mi invitò a unirmi a loro e io accettai, senza farmelo ripetere due volte: oltre a un viaggio in un luogo esotico, avrei conosciuto anche l’intera famiglia di Michele, la moglie Eleonora e i due figli Teo e Carlo. Dopo qualche giorno, riflettendoci bene, decisi di organizzare un viaggio più lungo, anche grazie alla pressione che l’ufficio Risorse Umane mi faceva per farmi consumare le tante ferie arretrate. Una volta partiti i miei amici, avrei continuato scoprendo non solo il Benin settentrionale, ma anche il Togo e il Ghana.

 

Mi diedi da fare per ottenere, nel più breve tempo possibile, i visti per i 3 Paesi, e all’inizio di gennaio 2013 eccomi arrivare in Benin. Atterrai a Cotonou, di sera tardi, in aeroporto mi aspettava Sena, la nostra guida locale, un ragazzo preparato, affabile e rigoroso, con il quale sono in contatto tuttora. Incontrai velocemente i miei amici, feci la conoscenza di Eleonora, Teo e Carlo, e poi tutti a dormire: il giorno dopo sarebbe cominciata la nostra avventura. E il giorno dopo l’avventura cominciò, con una bella gita a Ganvié, denominata “la Venezia d’Africa”; si tratta infatti di un villaggio di palafitte, nato nel XVIII secolo, all’epoca delle razzie schiaviste. Gli abitanti della regione si rifugiarono in quelle paludi perché i negrieri non osavano rapire coloro che vivevano nei pressi dell’acqua, per non contrariare gli spiriti. Ci ritrovammo in un traffico di barche, che trasportavano di tutto, immersi nel caldo del Benin, in mezzo a gente cordiale e gentile. Nel frattempo conoscevo Eleonora, Teo e Carlo, e più le ore passavano più mi sembrava di averli sempre conosciuti, tanto naturale era il nostro dialogare. La giornata si concluse in un villaggio non lontano, dove vidi per la prima volta una manifestazione di maschere danzanti, le maschere gelede, che consistevano in sculture di legno senza fori per gli occhi, pitturate con colori vivaci, e avevano lo scopo di intrattenere, con storie tradizionali e vere e proprie recite, la comunità locale. Si trattava di una vera e propria commedia dell’arte in salsa beninese. Tutto il villaggio era presente, noi eravamo gli unici turisti.

Più passavano le ore e più mi rendevo conto di che cosa significasse il voodoo per la gente, e soprattutto mi rendevo conto della visione distorta che noi occidentali avevamo acquisito, anche grazie ai tanti, troppi film dell’orrore. Mi era chiaro di quanto i guaritori non fossero altro che persone che avevano conoscenza delle scienze naturali ed erano in grado di preparare dei medicamenti, per curare le malattie, o almeno alleviare i dolori, di tutte quelle persone che non potevano permettersi di consultare un medico. Significativa fu, la domenica, la partecipazione a una funzione religiosa dei praticanti il “cristianesimo celeste”, una religione fondata nel 1947, che unisce alcuni aspetti della liturgia cristiana, quali i canti, le preghiere e la lettura dei passi biblici, ad aspetti della religione voodoo, quali la danza al ritmo dei tamburi, la trance e anche il pasto comune a fine cerimonia. Arrivammo che la cerimonia era già iniziata e, manco a dirlo, eravamo gli unici bianchi, per cui la nostra entrata non passò inosservata. I fedeli leggevano dei brani della bibbia, che il sacerdote commentava. Il tutto alternato da suoni di tamburi e canti. La chiesa era gremita e le ragazze presenti non staccavano gli occhi dai giovani del gruppo, Carlo e Teo. La funzione mi parve all’inizio interessante, ma non sapevo che la durata fosse, almeno per me, infinita. Dopo due ore, esausto, decisi di aspettare gli altri riposandomi sotto l’ombra di un gigantesco albero, poco distante dalla “chiesa”. Dopo un’ulteriore ora di canti, balli, letture e spiegazioni, lo stomaco dei partecipanti cominciò a brontolare e la funzione finì.

La “gita” a Lomé fu molto istruttiva, perché visitammo il mercato dei feticci, luogo di rifornimento per chi pratica il voodoo. Colpiva vedere tutti quei teschi e pelli di animali, sulle bancarelle, pronti per essere acquistati. Erano poi numerosi gli amuleti e le bamboline, alcuni dei quali comprai come souvenir, che ancora troneggiano nella mia libreria. Rischiai l’incidente diplomatico con uno dei negozianti, che ci mostrava i suoi amuleti contro il mal d’amore, proponendocene uno che avrebbe fatto cadere ai nostri piedi la persona amata che faceva resistenza. Io chiesi, sinceramente interessato, se vendesse anche amuleti per liberarsi di persone non amate che ronzavano attorno indebitamente, ma il venditore si irrigidì, dicendo che lui non avrebbe mai venduto oggetti simili. Peccato, io lo trovavo così pratico…

E poi arrivò il 10 gennaio, noi tutti andammo a Ouidah, e il festival cominciò. Si ballava, danzava, cantava per le strade, in un tripudio di suoni e colori. Vedemmo le maschere più incredibili, seguivamo le bande musicali come in processione. Un bambinetto di non più di cinque anni era attratto, oltre che dalla festa, dai turisti bianchi (eravamo diversi in quell’occasione) e così correva a dare la mano ora all’uno, ora all’altro. Entrammo in uno stadio, per assistere alla sfilata. I diversi Paesi del mondo sfilavano con le loro maschere sotto la propria bandiera. Mi passò davanti la bandiera della Svizzera, e poi quella dell’Italia… Fu sorprendente scoprire che il voodoo è presente in tutta Europa. Dopo lo stadio, di nuovo balli e canti per tutta la città, fino alla spiaggia. Durante il festival, l’incredibile accadde. Io, che sono da sempre mobile come un tronco d’albero, in quell’occasione ho ballato, e pure con gioia. Il momento più emozionante? L’arrivo alla porta del non ritorno. Eh sì, perché Ouidah era uno dei porti da cui partivano le navi che trasportavano gli schiavi in America, persone che mai più sarebbero tornate a casa. Come si può dimenticare questa parte di storia?

Il festival finì, e finì anche la prima parte del mio viaggio. Era giunto il momento di salutare Michele, Renato, Eleonora, Teo, Carlo e Sena e cominciare la seconda parte del viaggio con un nuovo accompagnatore, Yaya. Ma questa è un’altra storia…

In Benin per il festival voodoo – Pappece Blog

Condividi su

condividi facebook condividi linkedin condividi twitter invia mail